Cultura e formazione nelle aree fragili del Paese

Ieri ho avuto il piacere di partecipare alla seconda giornata di un innovativo convegno sull’economia della cultura, svoltosi presso la sede della Provincia di Rovigo e curato dal Prof. Giorgio Osti dell’Università di Trieste. Nel corso delle due giornate di lavori sono stati in particolare presentati alcuni progetti virtuosi, realizzati in tutta Italia, che si sono distinti per il successo ottenuto nell’attività di connessione fra cultura, formazione e territorio. Dunque dei nuovi modelli di crescita e sviluppo.

Sono intervenuta nel corso della tavola rotonda conclusiva, moderata dal collega Diego Crivellari, che assieme a me aveva come relatori il Prof. Cammelli (Presidente della “Commissione beni e attività culturali dell’associazione delle Fondazioni bancarie italiane”) e la Prof.ssa Palumbo (Direzione generale del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca).

Nel mio intervento ho deciso di proporre una riflessione sul tema delle “aree fragili” a partire dai sinonimi che le contraddistinguono e, quindi, dai significati che le accompagnano nell’immaginario collettivo. Andando oltre, è forse possibile riferirsi anche alla percezione che è propria non solo di chi le vive, ma anche di chi le amministra. I sinonimi individuabili sono pertanto locuzioni quali “aree depresse” o “aree sottosviluppate”. Locuzioni che, certamente, hanno in sé un tono troppo negativo e squalificante rispetto alla realtà e alle nuove opportunità strategiche, e che spesso nel basso Veneto sono purtroppo preponderanti.

In questo senso ho voluto trasmettere un messaggio ben preciso: occorre uscire da un approccio così negativo, ovvero dalla sensazione di marginalità, per far sì che le “fragilità” diventino “unicità”. Come hanno dimostrato i tanti progetti presentati nel corso del convegno, è possibile tradurre la “fragilità” in “unicità”. La specialità può essere un elemento di riscatto, ma deve essere concepita, spinta e sostenuta da un lavoro congiunto e di sinergia fra le varie componenti dei singoli territori. In questo senso sono sicura che la cultura, l’educazione e la promozione turistica siano le chiavi più utili per imprimere la svolta attesa. La “cultura diffusa” può essere lo strumento ideale per l’aggregazione sia civile, che economica, può essere attrazione e quindi rilancio.

Sul piano nazionale, in particolare al Mibact, si è avviato un percorso utile a sostenere e valorizzare questa idea strategica, considerando la fruizione diffusa della cultura nel territorio nazionale come un asset fondamentale sul quale puntare investire. Si è quindi scelto di stimolare la diversificazione delle mete turistiche nel “Piano strategico nazionale del turismo” approvato poche settimane fa; nel 2016 si è investito nei “Cammini”; il 2017 è l’“Anno dei borghi”; si sta investendo molto sul cicloturismo. Inoltre il 2018 sarà nell’anno europeo del patrimonio culturale, un’opportunità di ambito più vasto nel quale inserire eventuali nuove progettualità ed esperienze che prenderanno le mosse nei territori o che bisognerà stimolare proprio attraverso la collaborazione e la sinergia.

Infine ho concluso ricordando il lavoro di stretta attualità che stiamo svolgendo in commissione con la “Legge per le imprese culturali creative”. Questa legge, potrà essere un’ulteriore aiuto anche rispetto alle aree fragili, perché che potrà essere uno strumento utile a far emergere determinate esperienze, spesso innovative, presenti nell’economia e nel tessuto sociale dei territori.